I Giovanniti a Vogogna

Il Porto della Masone di Vogogna e la Commenda dei Cavalieri di San Giovanni

Lungo il tratto di Toce del fondovalle ossolano, tra Vogogna e il lago, nei secoli passati pulsava buona parte della vita e dell’economia della Comunità dell’Ossola Inferiore. Al fiume – navigabile tutto l’anno fino a Beura – si affacciava la vecchia civiltà contadina dell’Ossola, che misurava le proprie fortune come la propria vita al ritmo dell’intensità delle piogge o del biondeggiare delle messi.

Gli uomini del fiume erano boscaioli, barcaioli, mercanti venuti da lontano, le genti di questi paesi invece vivevano di agricoltura e di pesca, popolavano le anse del fiume, dove costruivano e ricostruivano, tra una piena e l’altra, gli opifici da cui si garantiva una stentata economia, mulini, maceratoi per la canapa, pescherie di passoni attraverso il fiume, dove solo un varco denominato”la stanza” lasciava passare i barconi che risalivano la Toce, trainati da cavalli lungo le alzate

Quel tratto del Fiume Toce era l’unica arteria, la più naturale, per i traffici e il transito verso l’Ossola per i mercanti e viandanti che si dirigevano ai paesi ultra montani attraverso i passi alpini, le strade di terraferma, sulle due sponde della valle, erano brevi segmenti privi di ponti e finivano tutte al fiume, su cui erano posti i traghetti assai numerosi in questo tratto di Toce: Prata, Vogogna, Anzola e Migiandone.

Alla località Masone, fu attivo per molti secoli il più importante porto della Toce, alla confluenza dell’Anza che, tagliando la valle, impediva il transito sulla sponda destra e spingeva la Toce a lambire lo scopello a nord di Vogogna. Una posizione di chiusura naturale particolarmente adatta per stabilirvi una mansio, come posto di sosta e di pedaggio, per il cambio dei traini e il magazzino delle merci, lo stallaggio e il ricovero dei viandanti.

La Rocca di Vogogna

La mansio romana – lungo la strada imperiale ricordata in questo luogo da una lapide – spinse alcuni storici ad ispirare l’etimologia stessa della MasonAltri ritengono invece successiva l’origine del toponimo, a quando venne aperta in quel luogo la casa Ospitaliera dei Cavalieri di San Giovanni, che anche altrove era denominata mansione.

Il Sacro Ordine Gerosolomitano dei Cavalieri di San Giovanni, nato qualche decennio prima delle crociate, si prefiggeva tra atri scopi proprio quello di assistere i pellegrini, in seguito poi anche i cavalieri, che viaggiavano verso la Terrasanta.

Lungo la strada del Sempione, importante transito attraverso le Alpi, l’Ordine aprì, presumibilmente nella stessa epoca all’inizio del ‘200, un altro ospizio sul valico del Sempione, presso il lago Hobschen.

 

LA COMMENDA DI S. M. DELLA MASONE

Il complesso della Masone (pochi metri prima dello scopello, dove oggi vi è il ponte) era costituito dal porto sulla Toce, dalla casa dove questi frati-nobili davano assistenza ai pellegrini e da una chiesa, dedicata a Santa Maria Annunziata ed eretta in commenda.

Il primo documento relativo alla Commenda della Masone è una pergamena del 12 marzo 1376, di cui si dispongono solo delle copie, una delle quali è stata pubblicata.

L’atto è stipulato in <burgo Vogonie super palatio comunitatis>, alla presenza del nobile Paleotto da Terzago <vicario Vogonie terrarum Ossule iurisdictionis Comunis Novarie>. Vi intervengono, da una parte, frate Francesco, precettore della casa e della chiesa di Santa Maria della Masone, in rappresentanza dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni; dall’altra Franzolo del fu Guidolino de Rodis e Maffeo Uglini de Maurino, sindaci, Antonio Jachetti e Raimondo de Genestredo consoli, Antonio Losseto credenziere, tutti in rappresentanza del Comune e degli uomini di Vogogna.

Tra il Cavaliere gerosolimitano e i magistrati vogognesi si convenne che l’Ordine avesse in facoltà di tenere, oltre al porto della Masone, una navicella esistente sotto la foce dell’Anza, davanti all’oratorio di San Pietro di Dresio, precedentemente gestita dal Comune di Vogogna e fonte di liti con il porto dei Cavalieri. L’Ordine gerosolomitano, a sua volta, concesse agli uomini del Comune il diritto di transitare sul porto, con bestie e carri, senza pagare pedaggio.

Mascherone di Dresio

L’importanza che la Commenda viene assumendo nei decenni successivi è provata da molte carte e da elenchi di decime e proprietà, di cui va accrescendosi sul territorio di Vogogna e nei comuni vicini. Nel 1521, la Commenda riscuote in Vogogna la somma di 59 livelli, le cui rendite sono destinate alla chiesa dell’Annunziata, meta di processioni provenienti dai paesi della valle.
Anche le comunità contribuiscono in vario modo. L’11 maggio 1649, il console della comunità di Anzola, Matteo Alberti, promette nelle mani del cavaliere frate Cesare Cagnello, di pagare per ogni anno, per San Martino, tre soldi imperiali per il porto e il pedaggio sulla Toce. Gli inventari dei beni della Commenda, detti cabreo (quello del 1756, il volume di cuoio fregiato d’oro, è presso l’Archivio di Stato di Novara), descrivono, oltre all’elenco delle proprietà e delle rendite, la chiesa e le costruzioni, di cui oggi non resta più traccia.

La chiesa di Santa Maria, in una sol nave tutta di vivo a calcina, con la facciata a mezzogiorno e l’altare a tramontana, conserva in un’icona di legno intagliato, un’antica pregevole statua della Vergine.

Attorno alla chiesa, su tre lati, si apriva la grande piazza, circondata da un alto muro, con due cancelli, uno verso Vogogna e l’altro verso il porto, sui quali campeggiava la croce dei Cavalieri di San Giovanni. Il recinto era importante perché delimitava il suolo su cui si esercitava il diritto d’asilo – sovrana prerogativa dell’Ordine – ed i delinquenti che vi si rifugiavano non potevano essere presi dalla giustizia. Nel 1738, il podestà di Vogogna dovette licenziare su due piedi uno sbirro che si permise d’intimare un mandato di cattura a un bandito < all’interno della Commenda >.

In fondo al cortile il portico e l’edificio adibito ad ospizio; davanti alla chiesa, verso monte: le stalle, il fienile, il ronco e la vigna.

Fuori dal recinto, lungo la Toce, c’erano le case del Regio Fisco, i magazzini del sale e la sede della dogana.

La Commenda possedeva anche una chiesa nel territorio di Fomarco, sull’altra sponda della Toce, lungo la riva dell’Anza, dedicata a San Giovanni Battista (Patrono dell’Ordine).

Sulla Toce, i cavalieri tenevano fin dai tempi più antichi una pescheria, in località campo albino, confinante con quella dei padri Serviti del convento di Santa Maria degli Angeli in Vogogna.

Dal recinto della Commenda vi si accedeva attraverso un carrettone di sassi, che proteggeva le case dalle piene del fiume e serviva da molo per attraccare il traghetto.

Un complesso sistema di pali e anelli reggeva il gamello (filo), che attraversava la Toce e spesso doveva essere spostato a seconda delle esigenze della corrente. Al gamello era legata la nave grande, di 27 braccia per 6,5; questo con la navigazione tranquilla, cioè quando < il porto era in corda >, altrimenti con il fiume gonfio o nelle stagioni delle piogge improvvise, si tirava in secca il barcone e si usava il burchiello, un traghetto più piccolo (17,5 braccia per 4,5) senza funi. In questo periodo, per la maggior fatica dell’attraversamento e i pericoli del fiume, si applicava la tariffa doppia.

Quando poi il fiume straripava, fuori dalle piarde, come si usava dire per definire gli argini , la tariffa era a discrezione del portolano.

Queste differenti tariffe davano luogo ad arbitri e contestazioni a non finire. Succedeva infatti normalmente che il portolano, per lucrare un maggior profitto, togliesse il transito portuale e usasse il burchiello, paventando piene improvvise.

Di qui numerosi ricorsi dei mercanti, costretti a navigazione disagevole e per giunta dispendiosa.

Gli uomini del porto replicavano che sempre, nel fervore dell’estate, si levava il servizio portuale per mettere la navetta, perché in tal tempo gonfiando la Toce per l’incremento delle acque mandate dai monti allo sciogliersi delle nevi, era impossibile tenere il gamello, questo anche a causa dei forti venti che soffiano da quelle parti e più impetuosi proprio al sito del porto; come ne dà testimonianza il porto d’Anzola dell’Ecc.ma Casa Borromea, situato due miglia e mezzo (poco più di 4 km) sotto Vogogna, nel quale non veniva effettuato il servizio a corda ma si usava la navetta, questo anche in periodi dell’anno con scarse piogge.

Infine, era conveniente, attenersi ad alcuni segnali scavati sullo scopello, nella roccia, che indicavano il livello dell’acqua, per regolare l’uso della nave o del burchiello e quindi, anche delle relative tariffe.

Durante il periodo della dominazione spagnola, con l’intensificarsi dei commerci del Ducato attraverso i paesi alpini, aumenta il traffico mercantile al porto. Ma i frati-cavalieri non abitano ormai più l’antico ospizio che accoglieva i pellegrini dei secoli delle crociate, poiche è diventato un deposito di sale e di granaglie.

La Commenda viene aggregata, non si sa con precisione quando, ad un’altra commenda di San Giovanni dei Pellegrini nella città di Novara, dalle parti di Sant’Agabio.

Alla chiesa della Masone, che conserva tutti i suoi livelli, un cappellano con il titolo di rettore officia due messe alla settimana .

In questi secoli, il porto resta nelle mani di imprese di portolani che, protetti dalle insigne dell’Ordine da cui hanno in affitto la mansione, si abbandonano ad ogni sorta di spagnolesca prepotenza.

Sotto gli Spagnoli, sensibili alla concessione di privilegi con cui consolidare un politica di potere, i Cavalieri di San Giovanni sembrano aumentare le proprie prerogative sul commercio fluviale e non attraverso l’Ossola.

Una fitta serie di gride (antichi documenti), dalla metà del 600 in poi, stabilisce l’elenco dei diritti spettanti alla Sovrana Religione Gerosolomitana sul porto, dovendosi applicare i pedaggi a chiunque sguazzi anche in barca, tanto all’insù quanto all’ingiù. Pretendendo anche dalle carovane che risalivano la valle sulle strade di terraferma, senza far uso del porto, si risolveva praticamente in un generale taglieggio di tutto il commercio dell’Ossola che nel tempo, si faceva più intenso.

Dapprima era la flottazione delle borre (grossi tronchi di piante), che dal disboscamento dei monti ossolani venivano condotte al lago con le piene d’autunno; o i barconi che scendevano carichi di legname, di carbone, di bestiame, di latticini e risalivano: con granaglie, sale riso, vino, diretti all’Ossola e alle nazioni ultramontane.

Poi, con l’apertura delle frontiere e il nascere di un certo mercantile, dalla pianura salgono commercianti diretti alle fiere della Champagne o delle Fiandre, con le loro mercanzie raffinate confuse ai pesci salati e alle some di meliga (granoturco) e di formentone.

Dal Vallese entravano: carni bovine, pelli, stoffe; mentre dai Cantoni Svizzeri: formaggi stagionati e tele che venivano lavorate nell’Ossola e sul Lago.

Nel ‘500, nascosti tra le sporte di cacio e di butirro, scendevano lungo la Toce anche i primi libri lutherani, infetti d’eresia, cui era dato gran bando nella Lombardia della controriforma.

L’esenzione dei pedaggi ha lasciato uno strascico di infinite liti, la cui documentazione è una pagina notevole per la storia economica del Ducato milanese nei secoli XVII e XVIII e rivela l’importanza della navigazione sulla Toce, nell’economia del tempo.

A facilitare contestazioni ed atti di violenza c’era un groviglio di esenzioni, di patti forfettari, di confusioni burocratiche tipiche dell’epoca spagnola.

La principale esenzione era quella, antichissima, dei vogognesi. Ma ve n’erano d’ogni tipo, dall’arrivo al porto di una lettiga con le credenziali dei Cavalieri di San Giovanni o, il corriere di Berna che scendeva a cavallo due volte la settimana.

I mercanti abituali preferivano pagare un tanto all’anno; poi, nei sacchi con il loro marchio, contrabbandavano ogni sorta di merce altrui. I forestieri curavano le notti senza luna, per frodare, sia il portolano che la tassa imposta dall’esattore ducale, che avevano sede al porto. Se venivano sorpresi, il minimo danno consisteva nel sequestro delle merci, che poi dovevano pesantemente riscattare. Capitava così, stando ai relativi documenti, che il recinto della commenda, che aveva ospitato le meditazioni degli antichi religiosi, servisse a raccogliere, bestiame confiscato ad un mercante; o che l’ospizio dei pellegrini, ormai trasformato in bettola, si ricoverassero barili e merci di tutti i generi.

Tutto dipendeva dalla furbizia dei commercianti e dalla capacità dei portolani. L’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni si preoccupava solo di riscuotere un affitto sempre più alto, giudicando forse dalla mole crescente delle cause all’aumentare dei traffici sul porto.

Da un memoriale dei consiglieri del Borgo di Vogogna del 1742: il portolano aveva necessità di valersi della più facinorosa ciurmaglia per proteggere gli esosi incassi che valevano fino a cento zecchini all’anno.

Crediamo che seguirono tante tirannidi come riferito sopra, sul porto che tutti paventano a dover passare, perché sopra d’esso benché fossero persone di riguardo e distinzione, venivano ingiuriate, minacciate e percosse; ciò nonostante non si trovava giustizia contro questi ribaldi, amici del danaro. Il settecento segna dunque il culmine di queste storie di prepotenza.

Un giorno festivo dell’inizio secolo, approda al porto una processione della Pieve, che chiede di essere traghettata; ma forse erano in troppi a turbare il riposo domenicale del portolano. Così, in riva al fiume, smorzate le liturgie gregoriane, vengono brandite croci e stendardi, contro i tridenti dei bravi (una sorta di guardiani mercenari) del porto.

Come capitò ai borghesi di Vogogna, gente colta e civile, andati in numero elevato a Piedimulera ad assistere ad un’operetta e tornati a notte alta, costretti ad aspettare in riva alla Toce fino al mattino, perché neanche a maggiori schiamazzi e qualche schioppettata contro la casa della Commenda riuscirono a smuovere il portolano.

Di quest’epoca si hanno relazioni minuziose di tutto quanto avveniva al porto, dal 1730 circa al 1759, quando fu can cancelliere della Religione Giovannita in Vogogna il notaio Giulio Maria Albertazzi. Un personaggio curioso e raffinato che sembra aver dedicato parte della sua vita a scrivere al Gran Balì Conte Gambarana, Luogotenente del Gran Priorato di Lombardia della Religione Giovannita, almeno a giudicare dai pacchi di lettere rimaste.

Vi si leggono, oltre ai fatti del porto, arguti pettegolezzi di vita del borgo, dissertazioni filosofiche e persino succosi sunti di storia ossolana.

Al Balì Conte don Giulio Maria si rivolgeva anche ogni volta gli servisse la protezione di un potente. Come quando il dottor Pietro Antonio Blardoni Lossetti fece porre un banco di famiglia nuovo nella chiesa di Vogogna, così ingombrante e di particolare forma da impedire l’accesso al banco degli Albertazzi, tra l’altro gesto reso ancor più grave dall’approssimarsi delle feste solenni dei Santi Pietro e Paolo. O quando chiede al Gambarana di intercedere presso il priore dei Minori conventuali del monastero di San Francesco grande in Milano, affinché conceda ad un tal Padre Landiani di fermarsi a Vogogna ad esorcizzare sua moglie, posseduta dai demoni.

Dopo tutta una serie di spiacevoli fatti accaduti al porto, la Religione dei Giovanniti dovette rendersi conto che la situazione era divenuta insostenibile; soprattutto dopo la sentenza del pretore di Domodossola del 1746, che autorizzava gli uomini dell’Ossola Superiore a non pagare il pedaggio quando non traghettassero il fiume, ma si limitassero a transitare per lo scopello o passare la Toce a guado; sentenza che fece molto diminuire i redditi del porto.

Finalmente, dopo altre interminabili liti, nel 1758 si convenne di cedere alla Valle Anzasca, per la cuale il porto della Masone era indispensabile accesso, ogni diritto relativo, con l’obbligo di mantenere il porto.

Dietro lo sborso complessivo di 20.000 lire correnti di Milano, la religione Giovannita trasferiva alla Valle Anzasca anche tutti i livelli appartenenti alla Commenda.

Dopo il sovrano decreto di autorizzazione con mille svolazzi barocchi, emesso dal Gran Consiglio della Religione Giovannita sedente all’Isola di Malta, l’atto di ratifica, in nove capitoli, fu firmato a Torino il 25 maggio 1759 dal Commendatore Gran Balì Conte Gambarana e dai rappresentanti dell’università degli uomini di Vallanzasca.

Col regio Editto del 6 ottobre 1797 fu soppressa anche la chiesa di Santa Maria, poi saccheggiata e rasa al suolo per far posto alla nuova strada del Sempione, dopo che gli anzaschini avevano da tempo smesso l’obbligo di officiarvi le messe.

Dell’antica Commenda è rimasto solo l’archivio, finito con quello di San Giovanni dei Pellegrini di Novara e di tanti altri enti falciati al tempo delle riforme giuseppine, nel fondo di religione dell’Archivio di Stato di Milano. Un’ingente quantità di carte, da cui sono state tratte queste notizie, ma molte altre si offrono per uno studio più profondo sull’economia della Toce, per secoli centro della vita dell’Ossola Inferiore.

Nella seconda metà dell’ottocento anche il traghetto, dopo alterne ricomparse perché i ponti venivano regolarmente spazzati dalle piene, fu definitivamente soppiantato dal ponte nuovo in muratura.

Quando il 14 ottobre 1859, l’imperatrice di Russia Alessandra Feodowa sbarcò al porto con il suo seguito di dieci carrozze, salutata dalla banda musicale di una Vogogna al suo tramonto e andava ormai finendo il tempo di cui il fiume era stato il protagonista, oggi dimenticato.